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Intervento di Mastoplastica Additiva Secondaria

L’intervento di mastoplastica additiva è sicuramente quello più eseguito in chirurgia estetica. Tuttavia, come ogni operazione, è soggetta ad alcune situazioni cliniche a lungo termine che potrebbero richiedere un reintervento. Parliamo in questo caso di mastoplastica additiva secondaria.

Perché si può ritornare in sala operatoria?

Le ragioni per cui sia necessario eseguire un intervento di mastoplastica additiva secondaria possono essere varie. E sono spesso casi chirurgici dal tasso di difficoltà più elevato. Non si tratta semplicemente di togliere una protesi e metterne un’altra. Analizziamo allora insieme le possibili cause che portano a reintervenire.

  • Contrattura capsulare. La formazione di una capsula fibrosa attorno alla protesi è una risposta fisiologica del nostro organismo all’inserimento di un corpo estraneo, in questo caso la protesi mammaria appunto. Ci sono però situazioni in cui questa capsula si inspessice ed indurisce: eccoti alla contrattura capsulare. Si può facilmente individuare valutando un aumentato indurimento della protesi seguito poi lentamente da una deformità del seno. In ultimo stadio si può avere anche dolore.
  • la rottura della protesi è un’altra causa che porta alla mastoplastica additiva secondaria. Essa non è sempre individuabile con una visita dal chirurgo. Infatti la coesività del gel altera la forma del seno solo moderatamente in caso di rottura incompleta. Talvolta sono necessarie indagini diagnostiche quali un’ecografia oppure una risonanza magnetica. Il seno tuttavia è chiaramente percepito come più morbido nel caso di rottura completa della protesi. Al punto che, in quei casi, la diagnosi è puramente clinica. Vale a dire che non servono ulteriori esami per confermarlo.
  • Nel malposizionamento, la protesi causa una  forma diversa del seno,  sia per come appare allo specchio guardandosi, che per come diversamente la mammella alloggia nel reggiseno. Esistono tre classici tipi di malposizionamento:
    1. Rotazione della protesi: E’ un problema potenziale solo per le protesi anatomiche. Infatti se le protesi rotonde ruotano, nulla cambia, essendo rotonde e non ovali.
    2. Ribaltamento della protesi, vale a dire il suo disporsi sottosopra. Più facile che accada con le protesi rotonde. L’ovalità e la forma delle protesi anatomiche rendono il movimento di ribaltamento più difficile.
    3. Lateralizzazione avviene quando la protesi tende a disporsi abbastanza laterale rispetto al centro del seno.

Queste situazioni possono esistere singolarmente oppure allo stesso tempo. Per esempio una protesi può essere troppo lateralizzata, ma anche ribaltata al contempo. Infatti avvengono tutte quando:

  1. L’alloggiamento protesico è confezionato troppo generosamente sul tavolo operatorio. In questo caso i problemi tendono ad evidenziarsi precocemente.
  2. Oppure qualora la tasca tendesse ad allargarsi nel tempo per uno stiramento dei tessuti circostanti, inclusa la capsula dentro la quale è contenuta la protesi. Lo notiamo dopo vari mesi o anni. Processo peraltro facilitato dal mancato uso regolare di reggiseno. Per capire quanto sia importante questo indumento, sia se si ha seno naturale, ma ancor di più se si ha un seno rifatto:“Reggiseno post mastoplastica, per quanto tempo utilizzarlo?”.

In realtà, esiste poi una quarta situazione di malposizionamento, e nemmeno tanto rara.  Sto parlando del diverso livello delle protesi. In sostanza una è posizionata più in alto che l’altra. La causa di questo potrebbe essere:

  1. una diversa posizione del solco inframammario, già presente prima della chirurgia e non corretto sul tavolo operatorio.
  2. L’atto chirurgico stesso che altera il naturale livello del solco inframammario in modo diverso nei due lati.
  3. Oppure ancora, nel caso delle protesi sottomuscolari, da una diversa gestione del muscolo pettorale nel confezionare la tasca protesica.

Ad ogni modo, quello che si rende manifesto al paziente in tutti questi casi è una alterata forma del seno.

Vorrei qui invitarti a leggere un articolo che ti può dare qualche informazione in più su come prevenire in parte queste problematiche: “Cosa non fare dopo l’intervento di mastoplastica addittiva?”.

Ci sono poi altre due due situazioni in cui viene eseguita una mastoplastica additiva secondaria. In entrambi i casi non sussiste una particolare problema con la protesi al momento dell’intervento.

  1. Semplicemente per avere un volume diverso (aumentato o diminuito).
  2. Per dotarsi di una protesi più nuova e valida per quel che concerne la tecnologia e qualità.

Se vuoi qualche mio consiglio su come gestire il cambio protesi:“Sostituzione protesi al seno: ogni quanto si cambiano?”.

Intervento di mastoplastica additiva secondaria: la chirurgia.

Una volta in sala operatoria, il da farsi dipenderà ovviamente da quello che è il problema.

  • Nel caso della contrattura capsulare è buona norma:
    1. rimuovere la capsula ispessita,
    2. se possibile, cambiare l’alloggiamento protesico. Lo si fa tipicamente passando da una tasca sottoghiandolare a sottopettorale. Se la protesi fosse già in uno spazio dietro il muscolo, si mantiene solitamente quell’alloggiamento.
    3. Cambiare il tipo di protesi che ha causato l’indurimento. In particolare se la marca usata ha indici di contrattura capsulari alti.

Se non si rispettano queste regole la percentuale di ricorrenza del problema tende ad essere alta.

  • La rottura della protesi, evento totalmente indolore, è corretto semplicemente rimuovendola e sostituendola con una nuova, possibilmente della stessa marca e misura. Oppure può essere un’ottima occasione per rinnovarle entrambe.
  • Nei tre casi di malposizionamento, invece, è necessario ridurre internamente la dimensione della tasca di alloggiamento tramite delle suture interne. Potrebbe aiutare la causa il collocare delle nuove protesi leggermente più voluminose. Se il problema invece fosse il livello del solco inframammario, bisogna poi lavorare per equipararlo al lato opposto.
  • Quando invece si vuole cambiare volume, possono presentarsi due situazioni:
    1. C’è la volontà di avere un seno maggiore. Pertanto si inserisce una protesi più voluminosa, se esiste spazio a sufficienza. Ciò vuol dire allargare un poco la tasca protesica. Se la protesi fosse in uno spazio retroghiandolare, potrebbe essere una buona idea considerare una nuova tasca retropettorale. La protesi maggiore avrebbe infatti più possibilità di essere percepibile. Da qui la necessità di una maggiore copertura tissutale.
    2. Se si intendesse ridurre il volume del seno, mantenenendo sempre una protesi, diventerebbe necessario ridurre la tasca di alloggiamento con suture interne, similmente a quanto avviene per il malposizionamento.
  • Infine, se l’intenzione fosse quella di cambiare la protesi per averne una di migliore qualità (scelta saggia, di questi tempi), si ha l’occasione di riconsiderarne la dimensione, e quindi ricadere nel punto precedente. Come pure possibile valutare se tenere lo stesso alloggiamento protesico o cambiarlo.

Conclusione

L’intervento di mastoplastica additiva secondaria non è frequente ma succede. Ed è anche una situazione clinica in cui l’esperienza del chirurgo è fondamentale. Infatti sono spesso chirurgie dal tasso di difficoltà superiore che la chirurgia primarie.

In questo articolo abbiamo visto come la scelta della protesi sia di fatto un punto chiave nella Mastoplastica additiva. Per avere qualche consiglio in più su come attuare tale scelta: “Intervento di Mastoplastica Additiva: protesi anatomiche o rotonde?”.

Se invece preferisci un consulto diretto sul tuo caso, contattami.

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